16 nov, 2010
Italia Sera, 16 novembre 2010 di Ilaria Mulè
“Come nell’opera semiseria, emergono le contrapposizioni sociali. Oltre ai padroni e ai servitori fanno il loro ingresso i villeggianti che abiteranno i lotti, introducendo il concetto di vacanza nelle vite dei proprietari, che hanno perso la terra, proprio come i lavoratori. Nella scenografia di Francesco Ghisu, con l’arredo ridotto al minimo percorso dalla vivacita della corrente di gusto cromatico dei bellissimi abiti di scena di Seti Minovi, l’ensemble degli attori ha risonanze linguistiche allogene”.
15 nov, 2010
Il Messaggero, 15 novembre 2010 di Paola Polidoro
SalaUno, Reza Keradman dirige e interpreta “Il Giardino dei ciliegi”
Per il suo “Giardino dei ciliegi” in scena fino al 5 dicembre al teatro Sala Uno, Reza Keradman,anche regista, si ritaglia il ruolo di Firs, il vecchio cameriere che chiude la commedia con le parole del dimenticato, simbolo di na società che ha smarrito – con i suoi compiti – la sua ragione d’esistere. Il Giardino di cui parla Cechov è il passato. Non è solo l’infanzia di Liuba, ma il momento del boom del paese. In questo caso la Russia, ma proviamo a portarlo qui da noi, il giardino. Che con le sue dolcezze, le sue perdonabili ingenuità, ha creduto di poter vivere nella stabilità. Poi la stabilità è divenuta staticità, e i proprietari e i frequentatori del giardino hanno capito che per poter sopravvivere erano costretti a rinunciare a qualcosa, cercando di reinventare un nuovo futuro. Il giardino personifica letteralmente il passato, abitato da fate e da ricordi legati a un periodo della vita leggero, onirico,; ma è anche un legame vincolante se non permette di amare quello che la vita è pronta a dare di belo e nuovo. Incastrata in questo meccanismo, la no stra protagonista (qui interpretata da Alessandra Raichi), che non vuole rinunciare alla propria identità in senso stretto, chiede: “Perché andate a teatro? Invece delle commedie dovreste guardre voi stessi: com’è grigia la vostra vita, quanto parlate, quante cose inutili dite”. « Tutti si separeranno – spiega il regista – sfruttando finalmente le proprie capacità individuali, costruendo così dei nuovi giardini dei ciliegi. Cerco di mettere in scena una commedia semplice e leggera, rispettando la volontà di Cechov, che non intendeva speculare sulla tragedia umana ». Il passato a volte non è più un pretesto.
10 nov, 2010
Saltinaria.it, 10 novembre 2010 di Andrea Cova
“Un adattamento teatrale rispettosamente fedele alle intenzioni dell’autore e capace di condurre lo spettatore sin dai primi istanti in un’altra dimensione spazio-temporale, una campagna russa avvolta da un torpore gelido in procinto di essere bruscamente risvegliata da cambiamenti epocali, intrisi di angoscia e necessità di rinnovamento. La scenografia, curata da Francesco Ghisu, si mantiene volutamente semplice e spoglia, sfruttando la cornice di per sé suggestiva ed avvolgente del Teatro Sala Uno e focalizzando l’attenzione su pochi dettagli (delle tende luminose con sottili giochi di trasparenze, un barocco lampadario in cristallo collocato sul fondoscena, quasi una lontana reminescenza dell’aristocratica opulenza che sempre più si trasforma in un remoto miraggio, in primo piano un antico mobiletto in legno che custodisce dei preziosi libri come la residenza ed il giardino rappresentano lo scrigno dei ricordi di una vita intera) che accentuano il carattere fortemente simbolico ed evocativo della messinscena. Ad arricchire la rappresentazione gli eleganti e preziosi costumi realizzati da Seti Minovi e le musiche poetiche e toccanti che contrappuntano i momenti più salienti della narrazione, frequentemente suonate dal vivo al clarinetto dal servitore bohemienne Jaša, interpretato ottimamente da Constantin Jopeck. Trattandosi di un’opera dal carattere fortemente corale la ricca compagnia in scena recita come un unico ensemble, organismo pulsante e denso di sentimento: tra gli interpreti in scena è però assolutamente doveroso segnalare la magistrale e carismatica performance di Alessandra Raichi nel ruolo di Ljubov’ Andreevna Ranevskaja, che riesce a restituire con vividezza e sensibilità l’intricato groviglio di passioni, stati d’animo, sofferenza e continuo struggimento tra le memorie del passato ed un insopprimibile anelito di speranza per il futuro che contraddistingue il suo personaggio. Decisamente degni di menzione anche Jerry Mastrodomenico, che infonde nel suo Ermolaj Lopachin una dinamica complessità psicologica capace di coniugare armonicamente desiderio di rivalsa sociale, incapacità di esprimere sino in fondo i propri sentimenti e generosa devozione verso il prossimo, la giovane ed estremamente promettente Azzurra Antonacci che con la sua candida purezza e fanciullesca ingenuità è semplicemente perfetta per interpretare il ruolo di Anja ed infine Massimiliano Cutrera, grave e misurato nel vestire i panni del razionale ed equilibrato Leonid Gaev. Concedeteci in conclusione un divertito applauso anche per il sempre ottimo Tony Allotta, a cui è affidato in questa circostanza il ruolo minore di Boris Simeonov-Piščik nobile proprietario terriero tanto energico nella sua costante ricerca di prestiti e munifiche elargizioni per estinguere i suoi debiti quanto sempre pronto a divertirsi tra burle, balli dell’alta società moscovita e buon vino. Un personaggio veramente spassoso. La potenza lirica ed espressiva del romanzo di Anton Čechov rivive in tutto il suo fulgore sul palco del Teatro Sala Uno che, ancora una volta, ci regala uno spettacolo di gran pregio proseguendo il viaggio intrapreso in questa stagione alla riscoperta di grandi classici della drammaturgia europea. Vivamente consigliato agli estimatori della letteratura russa”.
10 nov, 2010
Cinemavvenire.it, 10 novembre 2010 di Giulia Pietralunga Casentino
“Ogni personaggio ha una sua sfumatura, una sua caratterizzazione, che lo rende indispensabile sulla scena ma anche, e soprattutto, lo fa portavoce del pensiero dell’autore. Se Trofimov, l’eterno studente interpretato da Daniel Terranegra, con i suoi discorsi sembra quasi un precoce testimone delle idee bolsceviche, Ermolaj Alekseevič, il mercante figlio dei braccianti del podere, portato in scena da un bravissimo Jerry Mastrodomenico, rappresenta quella nuova borghesia che sta prendendo piede e posizione nella nuova Russia. Ma ciò che rende particolarmente interessante quest’opera è il ruolo delle donne. Le figure femminili sono molteplici e varie, descritte nei minimi dettagli, tutte diverse tra loro, ma ognuna con profonda sensibilità ed intelligenza. Tra tutte spicca, Ljuba, un’intensa Alessandra Raichi, rappresentante della nobiltà decaduta e di quella incapacità di affrontare i cambiamenti e di adattarsi ad un nuovo tipo di società. Ma è una donna che non vuole accettare di staccarsi dal suo passato, una donna che sacrifica sé stessa, la sua famiglia, il suo denaro, pur di non perdere le sue flebili certezze; una donna che è scappata dal nido ma ne è rimasta imprigionata, in quel groviglio di dolori e ricordi che non la lasciano mai. Ha commesso errori, dettati però sempre da quel sentimento folle che è l’amore e di cui non può fare a meno: “È questa la pietra che ho al collo e che mi porta sul fondo, ma io amo questa pietra e non riesco a vivere senza di lei…Il regista, Reza Keradman, ha ripreso il dramma checoviano e ci ha regalato una rappresentazione semplice e leggera, nel senso più positivo che questi termini possono assumere. Ha tratteggiato i personaggi con mano delicata, sottolineando le loro caratteristiche, senza renderli mai eccessivi. La scenografia sapientemente spoglia ma spiccatamente evocativa, aiuta gli attori ad emergere sulla scena: attraverso i loro sguardi e la loro fisicità si possono immaginare i luoghi, intravedere le stanze, cogliere i profumi degli alberi di ciliegio, come se lo spettatore facesse parte di questi ricordi sfocati e malinconici. Uno spettacolo piacevole e ben fatto, estremamente godibile, sia per le scelte registiche, sobriamente ma giustamente pulite, sia per la bravura degli attori che animano la scena con passione ed energia”.
10 nov, 2010
Gridp.org, 10 novembre 2010 di Fabio Meandri
“Il risultato è una messa in scena sobria, con diverse idee originali e ben realizzate grazie anche allo scenario naturale che offre la particolare struttura del Teatro SalaUno di Roma, dove lo spettacolo rimarrà in scena fino al 5 dicembre. Nel ruolo della protagonista, la proprietaria terriera Ljubov’ Andreevna Ranevskaja, spicca Alessandra Raichi, capace di ipnotizzare il pubblico con un’interpretazione ricca di sfumature; versatile Constantin Jopeck nel ruolo di Jaša, giovane cameriere e saltimbanco a cui sono affidate i siparietti musicali dal vivo dello spettacolo; misurato Jerry Mastrodomenico capace di donare al suo Ermolaj Alekseevic Lopachin spessore attraverso un misto di arroganza e sensibilità; leggero Toni Allotta con il suo Boris Borisovic Simeonov-Pišcik, proprietario terriero sempre in cerca di prestiti e denari. Complessivamente uno spettacolo riuscito, capace di riproporre un classico così come lo aveva pensato il suo creatore”.
10 nov, 2010
Teatro.org, 10 novembre 2010 di Simona Innocenzi
“Con pochi oggetti scenici, piccoli accenni che stimolano la fantasia dello spettatore, lo scenario suggestivo della Sala1 si trasforma nel giardino dei ciliegi soprattutto attraverso le parole degli attori e il loro sguardo trasognato che guarda verso lo spettatore proprio come se i ciliegi fossero gli spettatori stessi…Il ritmo sostenuto ma non eccessivo, la solarità attraverso cui la scena viene riscaldata da tutti gli attori, la semplicità e la pulizia delle scelte registiche rende questa messa in scena particolarmente gradevole…Il rapporto attore-personaggio non necessariamente deve risultare fondato sulla psicologia naturalistica, potrebbero invece, attraverso una più distaccata tecnica attoriale, evidenziarsi elementi e punti di vista propri dell’artista-attore rispetto alla lirica dell’artisa-scrittore, in ogni caso qualsiasi scelta attoriale e registica l’artista prenda non deve mai allontanarsi da quel realismo che trasforma quella specifica decisione in qualcosa di assolutamente necessario per la scena…Particolarmente interessante e godibile risulta invece la performance di Jerry Mastrodomenico, il quale riesce a portare sulle assi del palcoscenico un frammento di realtà intesa non come copia della vita teatralizzata, ma come finzione scenica, che vuole e riesce a denunciare un accadimento reale, ovvero l’arricchimento di uno zotico il quale, pur restando tale, diventa ricco fino al punto di riuscie a rovesciare completamente lo stato delle cose. Più che il personaggio Mastrodomenico porta in scena un carattere che non ha bisogno di un tempo storico specifico ne di una dettagliata psicologia, lo zotico arricchito è semplicemente l’ambelma non solo dell’era moderna ma anche di quella a noi contemporanea…Keradman riesce a mettere in scena una pièce bien fait, delicata e cristallina, ma soprattutto nella sua semplicità riesce a rendere familiare un testo lontano da noi non solo nel tempo ma anchee soprattutto per cultura e tradizione. Uno spettacolo da vedere”.
28 set, 2010
Il Gufetto.it, 28 settembre 2010 di Marco Pelliccioni
“Lo spettacolo di Auriuso è caratterizzato da una scenografia scarna ed essenziale: la dimensione familiare, e allo stesso tempo opprimente, nella quale avviene la vicenda è evidenziata dalla presenza, al centro della scena, di un ingombrante tavolo pieno di cartacce.
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28 set, 2010
Rinascita 28 settembre 2010 di Franzina Ancona
“…Opera datata, dunque, con i suoi esercizi di lingua che pretendono dimostrativi perfetti, questo, codesto, quello, e con l’eterno triangolo che diventa quadrangolo? C’è l’intervento del regista ad aggiornare i codici. Così la messa in scena dà una sterzata d’equilibrio e di attualità al tutto.
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27 set, 2010
Saltinaria.it Lunedì 27 settembre di Andrea Cova
“Il Teatro Sala Uno inaugura una nuova stagione all’insegna del teatro indipendente, sperimentale e ricercato con uno dei capisaldi della drammaturgia pirandelliana, “Il berretto a sonagli”, rivisitato in una chiave assolutamente moderna
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27 set, 2010
Fuori Le Mura.it 27 settembre 2010 di Andrea Scutellà
“Non si può copiare del tutto l’originale, nè stravolgerlo troppo. Ci vuole rispetto, ma non si possono piegare troppo le ginocchia. In questo fitto labirinto di regole il regista (Gino Ariuso) e gli attori (Tony Allotta, Irma Ciaramella, Eduardo Ricciardelli, Maria Borgese, Roberto Della Casa e Ornella Ghezzi)
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27 set, 2010
Il Foyer, 27 settembre 2010 di Ilda Ippoliti
“Gino Auriuso gioca con le metafore per dare corpo a ciò che non ne ha: le chiacchiere, le scuse, le ipocrisie, le apparenze. Ed ecco già dalla prima scena alcuni personaggi fare il gesto di lavarsi con candide e rumorose buste perché bisogna sbandierare un prestigio sociale senza macchia
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25 set, 2010
La Repubblica 25 settembre 2010 di Viola Giannoli
“Una commedia nata e non scritta, viva e non costruita, giocata sui dilemmi e i paradossi, le vie d’uscita che sembrano mancare all’improvviso”.
24 set, 2010
Il Messaggero 24 settembre 2010 di Paola Polidoro
“Quanto mai attuale, nello svelamento delle dinamiche matrimoniali e nella sottolineatura dell’importanza dello status sociale – naturalmente come simbolo più che come sostanza – la commedia racconta dell’intreccio di due famiglie…”.