SalaUno Teatro

Agorà Magazine | La bisbetica domata

Agorà Magazine, lunedì 7 febbraio 2011 di Enza Beltrone

La Bisbetica Domata per la regia di Shahroo Kheradmand è interpretata da Caterina Misasi, Mirko Soldano e Franco Heera Carola al Teatro Sala Uno fino al 13 febbraio.

Un’ opera nota di William Shakespeare che racconta di società e di matrimoni come merce di scambio, mettendo la condizione femminile sotto i riflettori del tempo. Shahroo Kheradmand la racconta rovesciandone alcuni punti focali, ristrutturandoli come fa un operaio armato di cazzuola e frattazzo, ritrae un intreccio di eventi tra tre personaggi che popolano il palcoscenico, interpretando egregiamente, una “Bisbetica Domanta” del 2011.

Oltre all’aiuto regia (Giorgia Filanti) bisogna menzionare la Coreografa (Francesca Romana Sestili), che è riuscita a sintetizzare il “senso dello spettacolo” racchiudendolo in una cassapanca a rotelle. Ogni effetto personale è contenuto in essa, viene fuori al momento giusto come un coniglio dal cilindro per poi sparire, nel buio, quando non serve più.

Caterina Misasi in La Bisbetica Domata

È proprio Lei, la regista, a dire: “Ho sempre pensato che il finale de “La bisbetica domata” fosse in un certo senso inadatto quasi “sbagliato” ma non capivo dove e quale fosse il problema; comprendevo sì, la denuncia della società “gessata” e composta degli Inglesi da parte di Shakespeare e il famoso triangolo tra padrone, padrona e maggiordomo, la loro astuzia , la loro furbizia.” Sarà per questo che intende lavorare sul triangolo, lo stesso ove si sintetizzano le diversità, il fulcro dell’opera. Disuguaglianza nel genere, nel ceto, nella libertà, nella prigionia, nella verità, nella menzogna, nell’interesse e altro ancora i messaggi che gli interpreti rilanciano al loro pubblico, tra espressioni divertenti e sghigni ironici, talvolta cinici.

Kheradmand fa di Caterina (Caterina Misasi) una bisbetica domata che da anticonformista e ribelle, conosce la sofferenza e la sottomissione ma non si arrende al ruolo convenzionale, ella reagisce e conosce l’amore. La regista sceglie di tutta l’opera Shakespeariana la parte intima, quella domestica, le mura delle case come laboratorio dell’artigiano che deve immaginare, progettare e modellare i propri manufatti, così la storia vive e si nutre dell’intimo domestico per arrivare all’intimo umano. Trascende dal claustrofobico regalando danze. Propone una visione d’infinito delle mura, grazie all’agire umano, attraverso i continui movimenti di lotta fra i corpi. Attraverso i linguaggi del ballo e della guerra è come se si stabilisse l’ago al centro della bilancia, ove, il piatto, la scena propone all’osservatore la percezione del “possibile”: forse questa la sorpresa che Shahroo Kheradmand voleva regalare al suo pubblico.

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