Impermanenza – vi vorrò bene per il male che mi avete fatto
il 14/11/2008
Compagnia GIANO
regia: GIANO
danza: Maddalena Gana
azione: Giordano Giorgi
musica: Xabier Iriondo
scene e luci di GIANO
Nella primavera del 2006 la compagnia di teatro e danza GIANO (Maddalena Gana – danza buto e Giordano Giorgi – performer) concepisce CONTENGO – opera alchemica sulla trasformazione. Progetto che nasce dall’esigenza di esplorare la realtà materica, di entrare in ciò di cui le cose (animate e inanimate) sono fatte. Una ricerca sui cinque elementi della natura (terra, acqua, legno, fuoco, aria), che in relazione tra loro creano la realtà e le sue mutazioni; da indagare in cinque tempi – spettacoli.
Nel corso del 2007 va in scena il primo: Rivoltura – chi semina vento raccoglie tempesta, sull’elemento aria nell’accezione di vento; nel 2008 Impermanenza – vi vorrò bene per il male che mi avete fatto, che tratta l’elemento terra.
GIANO ha individuato il viaggio in un luogo ignoto come dimensione necessaria per studiare l’essenza di ogni elemento e viverne il suo ciclo di trasformazione.
Per esplorare il vento GIANO ha attraversato le isole greche, per la terra ha percorso il Messico.
L’elemento terra, all’interno del processo della trasformazione della materia, è quello che permette il passaggio ad un nuovo ciclo e porta all’evoluzione.
Nella terra è contenuto ciò che passa tra la morte e la vita. Tutto quello che muore (piante, frutti, animali…) decomponendosi diventa terra, il terreno fertile dove il seme può svilupparsi e nascere pianta. Impermanenza tratta quella seconda metà del ciclo dell’esistere che la cultura occidentale rimuove, al contrario delle culture indigene mesoamericane che guardano e sacralizzano proprio il percorso sotterraneo che dalla morte attraversa la decomposizione, la fecondazione e giunge alla vita.
Impermanenza è uno studio sul lutto e sul rito pagano di incubazione che seguono una morte fisica o spirituale. Quel persistere nel dolore, nello sgretolarsi di ogni granello, fino al rimpastarsi della materia che, fecondata, fa nascere da quello che è morto.
Indagine sullo spazio sospeso e sul tempo vuoto che si trovano tra il morire e il venire alla luce, sul buio e l’arresto necessari per incubare nuove possibilità.
Noi stessi siamo terra quando, nell’incontro con l’altro, ci lasciamo morire.
Morendo, diventiamo quel terreno fertile per un nuovo seme di realtà.



