I capelli della santa
il 13/11/2008 ore 19.00
Solo di danza buto di e con Samantha Marenzi
Un piccolo viaggio nel tempo per incontrare donne che sono state. Due per l’esattezza, portate a simbolo di molte: Fatima, figlia del profeta Maometto, e À’isha, la più giovane tra le sue mogli. Due modi di amare e di determinare la storia di molte di cui non si ricorda il nome. Due facce di una madre archetipica che ha generato innumerevoli figlie nate morte, morte alla storia. L’immaginario è liberamente ispirato da alcuni brani del libro di Assia Djebar “Lontano da Medina, le donne al tempo del Profeta”, il resto è un tentativo di innervare nel proprio corpo un’esperienza che è stata di altre prima che mia. Un lavoro sulle donne alle quali era concesso di essere o madri o sante, su quello che resta di loro, la memoria e qualche reliquia, nei casi fortunati solo ossa e capelli.
L’idea di questo lavoro nasce da una storia, che poteva essere una vicenda più o meno privata e si è invece trovata ad essere il germe di una cultura millenaria. Mi riferisco all’alba dell’Islam, alla nascita di una religione e di un “mondo” complesso che dall’occidente è difficile conoscere a fondo. Le storie, anche le storie destinate a diventare parabole o profezie, alle origini sono fatte di persone, di azioni, sono incarnate, ed io ho voluto leggere questa storia attraverso gli occhi di due donne che hanno avuto un ruolo fondamentale per la nascita di quella cultura, e per l’oblio che ne ha soffocato alcuni aspetti nei secoli a venire. Ne ho tratto quindi un punto di vista marginale, lasciandomi sedurre dalla forza con cui queste donne hanno sostenuto il loro ruolo e dalla consapevolezza, apparsa troppo tardi, che le loro azioni avrebbero condizionato drammaticamente tutte le figlie femmine della cultura che stavano generando per decine di generazioni. Le due figure di riferimento sono À’isha, l’accondiscendente, giovanissima moglie del profeta Maometto, e Fatima, la ribelle, figlia privilegiata. Quasi coetanee, queste due donne hanno fatto i conti col potere maschile, con l’amore, e con la morte dell’uomo, padre – sposo e centro del loro mondo, in modo diametralmente opposto, quasi a diventare due facce di uno stesso, profondo solco in cui si ascrivono le storie di centinaia di figure femminili appartenenti a ere, mondi e culture diverse. Questo per quanto riguarda l’immaginario che mi ha mossa, letto con i miei occhi di donna, di atea, di occidentale, letto col corpo di danzatrice che cerca le radici della sua cultura, della sua fisicità e della sua estetica. Il prologo del solo condensa simbolicamente questo percorso, la nascita di una donna potenzialmente figlia madre e sposa come tutte le donne, ma che sono io, e che nasco non a caso dall’abito di nozze di mia madre. Il prologo è dedicato alla giovane À’isha, il corpo del solo in abito bianco è invece ispirato al lutto di Fatima, al suo grido, al suo tentativo di auto-generarsi dopo una morte insopportabile, ed è il percorso che ho trovato più aderente alla mia esperienza di vita e alla mia ricerca nella danza, che sempre più si avvicina ad un approccio teatrale e all’uso della voce. La mia uscita di scena è un epilogo, l’abbandono di uno spazio che da solo raccontava ormai le storie generate da quella breve esperienza. Lo spazio scenico ha diversi richiami, soprattutto ai miei soli passati, come ad evocare donne che mi hanno abitata (soprattutto attraverso l’utilizzo scenografico dei vestiti che sono stati costumi di scena) e che sono morte, di cui resta solo la memoria del mio corpo.



