SalaUno Teatro

OFF – Quotidiano di Spettacolo | Volevo essere Catherine Deneuve

Una famiglia alle prese con crisi di identità e modelli d’immaginario collettivo.
C’é tempo fino al 25 marzo per assistere allo spettacolo in scena al Teatro Sala Uno, un piccolo teatro al centro di Roma che propone abitualmente allestimenti di grande qualita, pane per veri amanti del teatro. Questa volta ci presenta “Anche io, Je suis Catherine Deneuve”, testo di Pierre Notte per la regia di Reza Keradman, coadiuvato dall’assistente Giorgia Filanti, con scene di Francesco Ghisu e musiche di Luigi Parravicini.

Gli attori, tre donne e un uomo (Corinna Lo Castro, Valentina Cenni, Roberta Rovelli, Massimiliano Cutrera) sono i membri di una famiglia, alle prese con una forte crisi d’identita che affonda le sue radici nella cultura spettacolare della nostra societa, nella dissociazione interiore, e nei senso di inadeguatezza che nasce dal confronto con i modelli dell’immaginario collettivo.

Quattro persone “danzano sopra la distesa del disastro di non essere nessuno” e raccontano i sogni di una famiglia sul lastrico morale: spaccato di una realta contemporanea in cui versano anche famiglie ricche e agiate. La figlia minore crede di essere sua madre, un’ex cantante di varieta, si rifugia in una cantina per tutto il giorno e canta per un pubblico immaginario; arriva addirittura a tagliarsi con la lama di un rasoio.

La maggiore, invece, decide improvvisamente di essere davvero Catherine Deneuve e di partire con un uomo, non si sa chi. La madre, la cantante, perde la voce per l’emozione ogni volta che affronta problemi affettivi del presente e del passato fino a soffocare e a strozzarsi,

Gli uomini, sono personaggi passivi, spersonalizzati, chiusi nel proprio mutismo: il padre che consumera poche battute mugugnate nell’arco di tutto lo spettacolo, rimane sempre e prepotentemente muto, assente, fuggiasco. E il figlio, che vive a Bordeaux, ne segue le orme, almeno in termini di fuga e mutismo.

Ne risulta un dialogo femminile a tre voci femminili, intervallate appunto da qualche parola maschile, ritmato da canzoni che “tenta di raccontare una forma di tirannia ordinaria”, la tirannia dell’immaginario sul reale. I protagonisti del lo spettacolo, ispirati ai personaggi dei grandi registi come Bunuel, Demy, Truffaut e Polanski, muovendosi in un scenario surreale e usando i propri corpi e il canto, danno vita ai loro sogni e alia loro ricerca di fama, con follia, sarcasmo e la speranza di fare un passo indietro oppure diventare davvero ciò che sognano. In ultima analisi, parliamo di linguaggio, e delle sue malattie come l’incomprensione e l’incomunicabilita, dell’abbandono dell’immagine di se che viene risucchiata in un’iconografia assoluta.

Da qui, Catherine Denueve, come figura mediatizzata pubblica e privata, icona intesa come immagine di se mediata, attraverso l’altro e i meccanismi immaginifici collettivi. Ma sopratutto domina inequivocabilmente l’amore, mancato, perduto, ritrovato. Insomma, una tagliente satira sociale e familiare sotto la forma di piccolo cabaret strambo, cinico e violento. Ma anche un omaggio al cinema e ai suoi luoghi, Parigi prima di tutto. Lo spettacolo nella messa in scena di Jean-Claude Cotillard, ha ricevuto il premio Molière del teatro privato 2006, e il premio Diane e Lucien Barrière.

Pubblicato su: OFF – Quotidiano di Spettacolo Di Dimitri Sassone

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